La storia appassionante di una nazione incompiuta

“A nation that isn’t broken, but simply unfinished” — “una nazione che non si è spezzata, ma che è semplicemente incompiuta.” Queste parole, pronunciate con intensità e passione dalla giovane poeta Amanda Gorman alla cerimonia di giuramento del 46° presidente degli Stati Uniti d’America, riassumono lo spirito della democrazia americana. Uno spirito che noi europei spesso fatichiamo a comprendere, più infastiditi dalla retorica con cui si esprime che ricettivi rispetto ai principi e alle promesse che afferma.

La poesia di Amanda Gorman, The Hill We Climb, scritta la notte dopo l’assalto al Campidoglio da parte della folla incattivita dei sostenitori di Donald Trump, condensa nei suoi versi — ricchi di allitterazioni, giochi di parole i cui suoni si assomigliano, ma i cui significati stridono — molti dei simboli a cui la democrazia americana si ispira.

A partire dalla collina, ‘the hill’, del titolo: i primi colonizzatori delle coste atlantiche del Nord America — i cosiddetti Pilgrim Fathers — lasciarono l’Inghilterra nel settembre del 1620 a bordo di una piccola nave poco sicura, la Mayflower, con lo scopo di fondare nel Nuovo Mondo una nuova Gerusalemme in cui fosse possibile stabilire principi di governo giusti perché ispirati agli insegnamenti di Dio e delle Scritture. John Winthrop, una delle figure più significative della prima colonizzazione puritana del Massachusetts, prima di imbarcarsi per il Nuovo Mondo pronunciò un sermone in cui citava proprio la “city upon a hill”, la città sulla collina evocata nel Discorso della Montagna del Vangelo di Matteo (Mt. 5:14), quale simbolo della nuova impresa. Lontani dalla corruzione e dalle ingiustizie del Vecchio Continente, i Puritani si imbarcavano per iniziare qualcosa di nuovo altrove, animati da un fervore religioso che si nutriva già da subito di una volontà politica: la città sulla collina sarebbe stato il luogo di ricerca di quella perfezione religiosa che per i Puritani non poteva andare slegata da un’organizzazione politica del tutto nuova.

L’eredità puritana degli Stati Uniti d’America è spesso stata travisata, confusa con il moralismo e il conformismo di una opinione pubblica ossessionata da quelli che noi europei consideriamo peccati minori (adulterio, condotta sessuale, menzogna). Già Nathaniel Hawthorne nel XIX secolo metteva in evidenza i lati oscuri, violenti, crudeli persino, della morale puritana nel suo celebre The Scarlet Letter. Abbiamo visto come il caso Lewinski — da noi considerato una semplice scappatella — abbia scosso la presidenza Clinton fino a trascinarla alla soglia della procedura di impeachment. Eppure il progetto puritano, al di là delle rigidità moralistiche, si conserva nello spirito della democrazia americana, ancora oggi. Innanzitutto l’idea che il governo debba essere basato su un accordo, su un patto fra governanti e governati, che i governati obbediscano a leggi a cui hanno dato il loro consenso — e che quindi il governo sia essenzialmente ‘self-government,’ autogoverno, parola che ricorre spesso nei discorsi pubblici dei politici americani, quasi mai nei discorsi dei nostri politici — è qualcosa che i puritani non inventano ma per primi mettono in pratica. Sulla Mayflower infatti i Pilgrim Fathers siglarono tra loro e gli altri passeggeri della nave un patto, il cosiddetto Mayflower Compact, in cui si promettevano reciprocamente sostegno e aiuto una volta arrivati a terra, in cui altresì si impegnavano a fondare un nuovo corpo politico basato su leggi e istituzioni giuste ed eque a cui avrebbero tutti obbedito. Secondo molti interpreti, il Mayflower Compact rappresenta il modello originario sia della Dichiarazione d’Indipendenza (1776) sia della Costituzione americana (1789), ovvero l’idea che una nuova istituzione politica possa fondarsi su un accordo fra i contraenti del patto e sul rispetto di tale accordo.

La costituzione americana, come sappiamo, è stata nel tempo emendata ed aumentata: l’abolizione della schiavitù, il voto alle donne, sono solo alcuni esempi di come il testo dell’accordo iniziale (fatto in un’epoca in cui molti dei padri Costituenti possedevano schiavi) sia già dall’inizio stato pensato come forma incompleta, che quindi prevedeva una sua emendabilità. La promessa e l’accordo iniziale (il patto del Mayflower, la Dichiarazione d’Indipendenza, la Costituzione) erano prodotti del loro tempo, ma tutti concepiti in uno spirito di perfettibilità. Questa è stata una delle grandi saggezze istituzionali americane: aver saputo inserire nella fondazione di un nuovo corpo politico la possibilità non tanto di una sua sovversione quanto di un suo costante miglioramento. Quindi non come una “city upon a hill” già costruita, fatta e finita una volta per tutte, ma come una collina da scalare, “the hill we climb,” come recita appunto la poesia di Gorman.

La grandezza e la potenza degli Stati Uniti d’America, che ci piaccia o meno, dipende — oltre che dalla saggezza istituzionale del suo modello costituzionale che comprende, oltre all’emendabilità, il federalismo e l’equilibrio (vero) dei poteri, — anche dallo spirito con cui quelle stesse istituzioni si richiamano costantemente all’atto della loro fondazione: un patto, un accordo reciproco che consiste nella promessa dell’autogoverno. Una promessa verso una democrazia che è, sin dalle origini, mossa da un fervore religioso, il quale consiste — e questa è la matrice puritana più autentica — nel non essere mai sufficientemente contenti di sé, alla costante ricerca di una perfezione che resta sempre di là da venire.

Questo fervore democratico non è per gli americani retorica, e non è retorica nemmeno l’orgogliosa difesa bipartisan delle istituzioni democratiche da parte di quasi tutti i politici statunitensi dopo l’assalto del Senato da parte dei gruppi della composita galassia del trumpismo: suprematismo bianco, fondamentalismo religioso evangelico, gruppi omofobi e xenofobi, complottisti di Qanon, nostalgici della Confederazione, ossia dell’entità politica degli Stati del Sud che durante la guerra civile del 1861–65 difendeva la schiavitù. Il fatto che la seduta del Senato che doveva proclamare Biden presidente sia ripresa dopo due ore dalla fine degli scontri testimonia dello stato di salute delle istituzioni americane. Sono state minacciate costantemente, nei quattro anni della presidenza Trump, sono poi state attaccate concretamente da una folla il 6 gennaio 2021, delle persone sono morte, ma le istituzioni hanno resistito. E ne sono uscite a testa alta. Ciò dimostra che il loro stato di salute è buono. Perché è proprio delle istituzioni democratiche il poter essere contestate — forse la loro forza dipende proprio dalla contestazione. Ma solo delle istituzioni vive, vitali e resilienti possono tollerare dosi anche pesanti di contestazione. Mentre nel nostro Parlamento andava in scena l’ennesima crisi di governo tutta interna ai giochi dei partiti, dove la distanza tra le aule della politica e il paese si allargava sempre di più, gli americani celebravano ancora una volta la loro democrazia inaugurando il 46° presidente della loro storia con una giovane ragazza nera (discendente di schiavi, come lei stessa ricorda nel testo) che recitava una poesia in cui si richiamava ad antenati bianchi e puritani: “A nation that isn’t broken but simply unfinished”.

Qui la trascrizione completa:

When day comes, we ask ourselves where can we find light in this never-ending shade?
The loss we carry, a sea we must wade.
We’ve braved the belly of the beast.
We’ve learned that quiet isn’t always peace,
and the norms and notions of what ‘just’ is isn’t always justice.
And yet, the dawn is ours before we knew it.
Somehow we do it.
Somehow we’ve weathered and witnessed a nation that isn’t broken,
but simply unfinished.
We, the successors of a country and a time where a skinny Black girl descended from slaves and raised by a single mother can dream of becoming president, only to find herself reciting for one.
‘Never been more optimistic’: speeches, songs and celebrations cap Biden’s inauguration day — as it happened
And yes, we are far from polished, far from pristine,
but that doesn’t mean we are striving to form a union that is perfect.
We are striving to forge our union with purpose.
To compose a country committed to all cultures, colours, characters, and conditions of man.
And so we lift our gazes not to what stands between us, but what stands before us.
We close the divide because we know, to put our future first, we must first put our differences aside.
We lay down our arms so we can reach out our arms to one another.
We seek harm to none and harmony for all.
Let the globe, if nothing else, say this is true:
That even as we grieved, we grew.
That even as we hurt, we hoped.
That even as we tired, we tried.
That we’ll forever be tied together, victorious.
Not because we will never again know defeat, but because we will never again sow division.
Scripture tells us to envision that everyone shall sit under their own vine and fig tree and no one shall make them afraid.
If we’re to live up to our own time, then victory won’t lie in the blade, but in all the bridges we’ve made.
That is the promise to glade, the hill we climb, if only we dare.
It’s because being American is more than a pride we inherit.
It’s the past we step into and how we repair it.
We’ve seen a force that would shatter our nation rather than share it.
Would destroy our country if it meant delaying democracy.
This effort very nearly succeeded.
But while democracy can be periodically delayed,
it can never be permanently defeated.
In this truth, in this faith, we trust,
for while we have our eyes on the future, history has its eyes on us.
This is the era of just redemption.
We feared it at its inception.
We did not feel prepared to be the heirs of such a terrifying hour,
but within it, we found the power to author a new chapter, to offer hope and laughter to ourselves.
So while once we asked, ‘How could we possibly prevail over catastrophe?’ now we assert, ‘How could catastrophe possibly prevail over us?’
We will not march back to what was, but move to what shall be:
A country that is bruised but whole, benevolent but bold, fierce and free.
We will not be turned around or interrupted by intimidation because we know our inaction and inertia will be the inheritance of the next generation.
Our blunders become their burdens.
But one thing is certain:
If we merge mercy with might, and might with right, then love becomes our legacy and change, our children’s birthright.
So let us leave behind a country better than the one we were left.
With every breath from my bronze-pounded chest, we will raise this wounded world into a wondrous one.
We will rise from the golden hills of the west.
We will rise from the wind-swept north-east where our forefathers first realized revolution.
We will rise from the lake-rimmed cities of the midwestern states.
We will rise from the sun-baked south.
We will rebuild, reconcile, and recover.
In every known nook of our nation, in every corner called our country,
our people, diverse and beautiful, will emerge, battered and beautiful.
When day comes, we step out of the shade, aflame and unafraid.
The new dawn blooms as we free it.
For there is always light,
if only we’re brave enough to see it.
If only we’re brave enough to be it.

Olivia Guaraldo, docente di Filosofia politica del dipartimento di Scienze umane. Il pezzo è stato pubblicato in data 25 Gennaio 2021 sul magazine dell’Università di Verona.

Centro di studi politici Hannah Arendt, Dipartimento di Scienze Umane, Università di Verona

Centro di studi politici Hannah Arendt, Dipartimento di Scienze Umane, Università di Verona