Lo scorso giugno, mentre al grido di black lives matter numerose statue di confederati e schiavisti venivano abbattute in tutti gli Stati Uniti, tanto da portare Trump a firmare un ordine esecutivo in grado di condannare fino a dieci anni di carcere chi danneggia un monumento, anche in Europa l’onda lunga di quel movimento si faceva sentire e vedere con forza. Pure nel vecchio continente, infatti, si inasprivano i toni del dibattitto pubblico: in Francia, per esempio, in un discorso intriso di retorica sulla tradizione «universalista» francese, Macron dichiarava irremovibile che la repubblica «“non cancellerà alcuna traccia o nome della sua storia, non abbatterà nessuna statua”, perché si deve guardare “lucidamente, insieme, la propria storia, la propria memoria”» (Macron difende le statue, «Il Foglio», 16/10/2020). In Italia, contemporaneamente, la discussione attorno alla statua di Montanelli, imbrattata con vernice rossa e sotto accusa delle/degli attiviste/i per i trascorsi coloniali e sessisti del personaggio, vedeva compattarsi quasi monoliticamente il mondo dei media (con pochissime eccezioni) a difesa del “padre del giornalismo italiano”: sbagliato, secondo il ragionamento più diffuso, valutare con metri di giudizio politici e morali attuali ciò che Montanelli fece, al passo con i suoi tempi, negli anni ’30 (cfr. D. Conti, Un simbolico attacco che interroga un Paese immemore, «il Manifesto» 17/6/2020).

È interessante riportare come, in quelle stesse settimane, a Torino alcuni/e attivisti/e legavano intelligentemente la protesta di Black lives matter, e quindi la questione delle statue e della memoria, a una vicenda che solo a uno sguardo distratto potrebbe apparire irrilevante o non pertinente. Ci si riferisce al fatto che il consiglio comunale della città piemontese, con i voti determinanti del Partito democratico, avesse in precedenza bocciato la proposta di intitolare dei giardini pubblici ai caduti della Forze siriane democratiche durante la guerra contro l’Isis (cfr. Duecento in piazza a Torino, ‘città è ancora razzista’, Ansa.it, 27/6/2020). Particolarmente significative le parole del capogruppo Pd al consiglio, secondo il quale sarebbe stato «troppo presto, storicamente, per stabilire con certezza chi ha avuto torto o ragione nella guerra dei curdi contro l’Isis, citando tra i fattori di dubbio il coinvolgimento della Nato a favore dei primi. Ha poi aggiunto che un’intitolazione del genere potrebbe offendere i musulmani di Torino» (D. Grasso, Torino, quando il Pd bloccò l’intitolazione di un parco a chi ha combattuto l’Isis. Ma quelli sono i nostri caduti, «Il fatto quotidiano» 29/6/2020). Tralasciando l’oltremodo problematica conclusione, che avvalla un’idea stereotipata e non scevra di razzismo per cui essere musulmano implicherebbe più o meno un riconoscimento nel terrorismo islamista e ignora che la stragrande maggioranza delle sue vittime siano musulmane, e tralasciando anche quella che suona come un’anacronistica e ormai farsesca allusione a un campismo anti-atlantista, è la questione temporale del «troppo presto» a legarsi in modo dirimente con il dibattitto sulle statue e il senso della memoria storica. Questo «troppo presto» sembra infatti il rovescio speculare della critica più diffusa all’abbattimento delle statue: ovvero che quest’ultime raccontano di un passato lontano e talmente storicizzato per cui il loro danneggiamento non sarebbe altro che mero vandalismo, nel migliore dei casi motivato da ragioni ideologiche comunque lontanissime dal senso comune.

Tenendo insieme i vari riferimenti qui riportati, sembra che per soddisfare il desiderio di guardare «lucidamente, insieme, la propria storia» — riprendendo le parole di Macron — venga dispiegata una forviante concezione della storicizzazione come processo di neutralizzazione. A farne le spese, in questo caso, è lo spazio pubblico che diviene così asettico e completamente spoliticizzato. Uno spazio pubblico indifferente verso il passato perché troppo passato e prudente, ma si potrebbe dire ignavo, rispetto a quanto accade oggi perché strutturalmente incapace di essere uno spazio genuinamente politico. Per rimanere alla concretezza del dibattito italiano, mentre da un lato non ascoltiamo chi ricorda che la storia di Montanelli non è riducibile a quella di un grande maestro del giornalismo e ci si indigna per il danno materiale a un monumento, dall’altro siamo incapaci di intitolare un parco ai caduti delle Fsd — donne e uomini di pelle non bianca, principalmente musulmani e di matrice politica socialista e radicalmente democratica — perché non ancora sufficientemente storicizzate, vale a dire ancora scomode, non abbastanza neutralizzate.

È noto come il tema dello spazio pubblico e della difesa del suo senso originario sia un tema caro a Hannah Arendt. Il passaggio concettuale appena proposto — un’idea di storicizzazione come neutralizzazione capace di dare forma a uno spazio pubblico a sua volta neutralizzato — attinge non a caso a piene mani alla teoria politica dell’autrice. Così inteso, infatti, lo spazio pubblico, per utilizzare l’apparato concettuale di Vita activa (1958), non sarebbe più lo spazio in cui tramite l’azione e i discorsi la condizione umana può declinarsi secondo il paradigma dello zoon politikon, ma sarebbe piuttosto lo spazio dell’uomo socializzato corrispondente al paradigma dell’animal laborans, cioè dell’uomo che si limita a lavorare e consumare. Non più lo spazio dell’azione, quindi, ma spazio del consumo. Uno spazio pubblico perciò strutturalmente funzionale alle logiche neoliberiste dominanti e all’idea di città che esse propinano. Città sempre più simili a enormi centri commerciali in cui, nel tempo libero strappato al lavoro, l’animal laborans può dedicarsi “liberamente” al consumo. È a proposito sorprendente rileggere oggi le pagine in cui, riflettendo sulle mutevoli forme del lavoro, Arendt scriveva:

«[…] le fasi del lavoro e del consumo, possono mutare le loro proporzioni anche al punto che quasi tutta la “forza lavoro” umana sia spesa nel consumo, con il concomitante grave problema sociale del tempo libero: cioè, in sostanza, come provvedere sufficienti opportunità di spreco quotidiano per mantenere intatta la capacità di consumo» (H. Arendt, Vita activa, tr. it. S. Finzi, Milano, Bompiani, 2008, p. 93).

Arendt, a fine anni ’50, alludeva soprattutto alla prospettiva dell’automazione del settore produttivo. Per quanto già l’autrice non ne parlasse in toni utopistici, oggi sappiamo con certezza che tale processo, dove avvenuto, non ha comportato emancipazione ma disoccupazione e che le forme del lavoro, in generale, sono sempre più precarie e sottopagate. Le conclusioni arendtiane, sotto tale luce retrospettiva, assumono una valenza ancora più evidente. Sarebbe tra l’altro estremamente interessante sapere cosa direbbe oggi Arendt di fronte al vastissimo mondo dell’offerta low cost, che permette l’accesso a merci e servizi storicamente ben più costosi anche a (lavoratori-)consumatori impoveriti. Ma tralasciando possibili congetture e rimanendo ai testi, l’autrice scriveva che «l’ultimo stadio della società del lavoro», ovvero «la società degli impiegati», implica il seguente rischio: «è perfettamente concepibile che l’età moderna — cominciata con un così eccezionale e promettente rigoglio di attività umana — termini nella più sterile passività che la storia abbia mai conosciuto» (ivi, p. 240). Termini cioè nella vittoria definitiva dell’animal laborans sullo zoon politikon.

La «sterile passività» di cui parlava Arendt, per tornare al punto, sembra perfettamente rispecchiabile in quella forma degradata di spazio pubblico sopra presa in esame, uno spazio dunque asettico e spoliticizzato, di cui le retoriche storicistiche-neutralizzanti sono al contempo una causa e un effetto che si alimentano circolarmente a vicenda. La città neoliberista, e il suo spazio pubblico non più foriero di occasioni di partecipazione politica ma di esclusivo e mero consumo, non consentono interruzioni al processo consumistico — nella formula di Vita activa rispondono all’imperativo di «mantenere intatta la capacità di consumo». Da qui non solo le ormai strutturali politiche cosiddette «del decoro» che generano processi di espulsione dalle città, soprattutto dai centri storici, molto spesso con evidenti implicazioni razziste, ma anche la ferrea repressione — mediatica, amministrativa e al limite pure poliziesca e penale — dei movimenti politici che malgrado tutto riescono a irrompere sulla scena pubblica.

Black lives matter, nelle sue differenti declinazioni e manifestazioni, ha intercettato tutti questi temi. Andando a colpire i simboli del fondamento coloniale e razzista della società occidentale, il movimento ha raccontato un’altra storia del colonialismo. Una storia radicalmente altra rispetto a quella univoca e parziale che ieri ne fecero i vincitori e che i discendenti di questi, oggi, pretendono non sempre in buona fede di normalizzare e neutralizzare. Riconoscere nello sguardo dei vinti — e dei loro discendenti — una superiorità epistemologica è in fondo ciò che grazie alla storia concettuale, e sulla scorta di Benjamin, abbiamo imparato. Come sostenuto da Enzo Traverso in un prezioso articolo intitolato Buttare giù le statue serve a elaborare la storia, l’ondata di iconoclastia antirazzista, tutt’altro che una furia nichilistica e vandalica, «fornisce una dimensione storica alle lotte contro il razzismo e l’oppressione nel presente» (E. Traverso, Buttare giù le statue serve a elaborare la storia, «Jacobin Italia», 26/6/2020). Non solo attraverso l’occupazione fisica di strade, piazze e monumenti, ma soprattutto con la correlata e potentissima partica simbolica della loro risignificazione e risemantizzazione, BLM e chi nel mondo ha emulato le loro gesta — e tra questi si può annoverare anche chi a Torino ha chiesto l’intitolazione di un parco alle Fds — hanno infine rivendicato e messo in atto una ripoliticizzazione e una democratizzazione dello spazio pubblico. Per riprendere il lessico arendtiano, hanno richiesto che lo spazio pubblico torni a essere uno spazio sinceramente plurale, che possa pertanto dare «alle opinioni un peso e alle azioni un effetto»: detto altrimenti, hanno interrotto lo scorrere monotono della vita degli animal laborans e preso parola e agito come degli zoon politikon.

Daniele Bassi, dottorando in Filosofia presso l’Università degli studi di Ferrara.

Centro di studi politici Hannah Arendt, Dipartimento di Scienze Umane, Università di Verona

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